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Dal diario personale di Podcaine of Mars – Domenica 08 novembre 2026
So cos'è la morte. Ho già visto in azione la Grande Mietitrice.
Mai però dal non invidiabile punto di vista di chi ne subisce le attenzioni.
Quando ero ancora una terrestre, ricordo che tra i necrofili (ed altri pervertiti del cazzo come i maniaci dello spiritismo e fanatici religiosi in cerca di un'anteprima senza rischi dell'aldilà) andavano di moda gli Empa-snuff, le registrazioni empatiche di gente e animali (bleah!) che stavano per morire.
Nei loro deliranti siti internet dicevano che era un'esperienza sconvolgente.
Indimenticabile.
No, grazie - avevo sempre detto - sono interessata esclusivamente a esperienze dimenticabili, facilmente assimilabili e che mi lascino una piacevole sensazione di appagamento senza sensi di colpa. Come la pizza macrobiotica, lo shopping virtuale e la masturbazione.
Si può sapere cosa mi è saltato in testa quando ho attivato un ottagono di memoria raccolto ai piedi di un alieno stecchito?
Cosa pensavo di trovarci? Un quartetto d'archi e un filmino di una gita di famiglia?
E invece c'era la Grande Risposta. La Conclusione di tutto. Il Grande Salto. La Fine dei giochi. Il Buio oltre la siepe. Il vorace Buco Nero che tutto ingoia. Fino ad allora non era mai stato quello a spaventarmi, quanto l'attraversamento della Soglia. Mi aveva sempre spaventata l'idea dello scaricarsi del circuito.
Niente può essere istantaneo a meno di essere vaporizzati da un laser da un ziliardo di gigawatt. Prevedevo milioni di cellule riluttanti che protestavano di fronte alla chiusura del parco giochi. Mi sembrava di vedere milioni di neuroni periferici che stupefatti assistevano alla fine del mondo sotto forma di uno tsunami nero. Vedevo un istante che durava secoli intrisi di paura. La caduta di un impero, lo scontro di galassie, il collasso di un universo.
La morte del Guardiano non è stata istantanea e in quella lunga frazione di tempo che è durata ho avuto la certezza che lo stesso sarebbe successo al mio cervello quando mi sarebbe toccato. E' stato come vedere il blackout notturno di una città da un'altura. Un'orribile ondata di buio, ma con la certezza che sarebbe rimasta per sempre. Niente porte di luce alla fine del corridoio, niente allucinazioni consolatorie post- mortem. Solo certezza. Il Buio come unica certezza. E' quel genere di certezza che ti ucciderebbe se qualcosa non l'avesse fatto prima. Certezza, buio e paura.
<Podcaine?> Quanto ho amato la voce di Wik in quel momento.
Come un film che riprende all'improvviso con un aggiustamento dello schermo, mi sono ritrovata a fissare quel pezzo ottagonale di esoterica tecnologia aliena nel palmo della mia mano.
<Podcaine stai bene?>
-Sto bene Wik. Grazie.
<Per un attimo i tuoi segnali vitali sono apparsi contraddittori. E' come se il tuo encefalogramma fosse cambiato e...fossi morta per 1.2 decimi di secondo.>
Tanto era durato? Solo 1.2 decimi di secondo? Evidentemente i sistemi di misurazione umana non sono adatti a misurare l'eternità.
-Ora sto bene Wik. E' passata.
<OK. C'è un'altra cosa. La fine della registrazione empatica ha aperto un file proveniente dal Velo Dati. Lo rendo disponibile?>
-No. Per il momento ne ho abbastanza di viaggetti empatici nel cervello di alieni morti.
<Non si tratta di un frammento empatico. E' un file di testo. Ho bisogno di qualche minuto per tradurlo e te lo rendo subito disponibile.
-Lascia perdere. Magari più tardi. Sono ancora troppo rintronata. Ho bisogno di camminare.
Così presi a camminare, seguendo la strada lastricata di pietra che portava chissà dove.
-Dove sono diretta? Chiesi a Wik.
<Si direbbe uno specchio d'acqua. Una specie di laguna circolare, a circa duecento metri.>
-Bene, adesso non disturbarmi per qualche minuto. Ho bisogno di schiarirmi le idee.
Ad un tratto nel mio cervello annebbiato ci fu davvero una schiarita. Come se ci fosse entrato dentro un concetto diverso ma allo stesso tempo già visto.
Non ebbi bisogno dei flashback indotti per rivedere l'immagine un capodoglio spiaggiato a fine estate del 2024 nella nebbiosa Bondi Beach a Sidney.
Era il mio primo anno da blogstar e tutti mi adoravano. Giravo per Sidney e grazie al mio impianto cranico wireless postavo continuamente su ogni cosa che mi saltava per la testa. Tutti mi leggevano. Il mio e-book “True Transparent Girl” andava a ruba e sembrava che l'intero mondo pendesse dalle mie labbra virtuali. Una sensazione fantastica. Dormivo pochissimo e facevo chilometri a piedi. Una mattina all'alba mi ritrovai a seguire i miei pensieri avvolta dalla nebbia di Bondi Beach. Stavo elaborando chissà quale immane cazzata con la quale mesmerizzare la Rete quando mi ritrovai davanti ad un ostacolo. Un muro grigio e curvo che mi bloccava il passaggio sulla battigia. Un muro vivo, a giudicare da un occhio grande come il piattino di una tazzina da caffè che mi fissava.
A volte capitava che qualche giovane cetaceo perdesse l'orientamento e finisse miseramente la sua libera esistenza, arenato davanti allo sguardo curioso di migliaia di strane scimmie bipedi rese untuose dall'olio solare. Quello aveva scelto una giornata di marzo e come testimone una scimmia superconnessa per morire. Non c'era niente da fare, sarebbe presto morto per soffocamento a causa del suo stesso peso, succedeva sempre così. Tanto per sentirmi in pace con la coscienza spedii immediatamente una raffica di e-mail a tutti i gruppi ambientalisti che conoscevo. Intanto il potente respiro del cetaceo diventava sempre più simile ad un rantolo mentre quell'occhio mi guardava come se potessi fare veramente qualcosa. Io mi avvicinavo impercettibilmente all'enorme animale e nel frattempo incanalavo un tumultuoso torrente di emozioni direttamente nella Rete. Avevo paura dell'enorme capodoglio. Del suo corpo immane scosso da brividi e del suo respiro irregolare che sembrava la voce dell'abisso.
Il suo occhio spalancato e opaco seguiva ogni mio gesto, risvegliando in me un terrore antico. Ma, come un nuovo tipo di telecamera digitale, uno strumento apparentemente privo di emozioni che traduceva in parole scritte i fotogrammi, continuavo a raccontare e pubblicare senza sosta.
La concitazione mi fece scrivere cose che oggi giudicherei discutibili. Farneticavo di libertà e dell'essere liberi come le balene, degli oceani che stavamo devastando, del riscaldamento globale che copriva di nebbia Bondi Beach e faceva morire i giovani cetacei (come se tra le due cose ci fosse un legame), del mondo, della vita e di tutto il resto. Roba stucchevole ma che funzionava alla grande. Ogni mezzo minuto arrivava una mail del mio agente:
“Continua così sei fantastica!"
“Abbiamo superato i 10 alla 8 click!"
“WWWF ti vuole come testimonial in un banner...e anche Prada!”
“Stai scrivendo divinamente. Anche Sony ti ha cercato!”
Intanto l'occhio gigante mi fissava, come se volesse qualcosa da me. All'improvviso, come se fosse l'ultima cosa da scoprire nell'universo, finalmente capii cosa mi stava dicendo il povero cetaceo con quello sguardo.
Aveva paura. Era terrorizzato; dall'ambiente completamente alieno, dalla sofferenza, dalla consapevolezza della fine imminente e persino da me, strano e rivoltante essere della terraferma, che potevo avvicinarmi a lui, il re degli oceani, senza che ci potesse fare un accidente.
Solo da quel momento scrissi qualcosa di decente. Scrissi che non c'era più nessuna barriera tra la scimmia bipede superconnessa e l'orgoglio degli abissi marini che moriva soffocato dal suo stesso peso. La paura ci aveva unito. Due esseri senzienti provenienti da universi differenti, in un attimo avevano trovato un punto in comune: la paura davanti all'ignoto e al buio incombente. E' curioso come io mi sia sentita in quel momento più vicina a un cetaceo agonizzante che a un qualunque essere della mia stessa specie. Solo allora mi avvicinai e con una mano tremante toccai la strana pelle elastica intorno al gigantesco occhio impaurito. Rimasi con il giovane capodoglio morente finché non fu tutto finito. Uniti dalla paura e contemporaneamente separati da distanze invalicabili. Poi, con ancora gli occhi pieni di lacrime, licenziai con una e-mail il mio agente che ancora oggi si domanderà cosa ha sbagliato quel giorno.
Oggi è accaduto qualcosa di simile dopo aver rivissuto la morte del Guardiano. Ho smesso di pensare a lui come a una creatura aliena solo dopo aver sentito quel lampo di paura che precedeva il buio. Strano, eppure logico, che il primo vero legame nato tra due specie completamente differenti debba essere la paura della morte. A ripensarci si capisce perché le religioni riescano a scatenare gli uomini l'uno contro l'altro. Toglie loro quell'unica cosa che li affratella veramente. Separa le strade. Tu andrai in Paradiso davanti a Dio\Jahvè\Allah\Geova mentre il tuo nemico miscredente\ateo\eretico\apostata brucerà all'inferno. Non c'è solidarietà tra chi pensa di avere già un lotto di paradiso sul quale costruire la vita eterna. Nessuna paura in comune. E' quello il prezzo che si paga: nessuna paura in cambio di odio. Niente si distrugge tutto si trasforma.
Mi stavo complimentando con me stessa per le brillanti considerazioni (e un po' mangiandomi le mani per non essere connessa con il mio adorato pubblico) quando mi ritrovai con i piedi nell'acqua, circondata dalla foschia. Nella bassa nebbiolina si intravedevano delle basse sagome. Mi avvicinai per vedere meglio. All'improvviso, comprendendo cosa avessi di fronte, sentendomi allo stesso tempo circondata e vulnerabile, fui preda di un terrore cieco. Feci rapidamente dietro front e scappai a gambe levate.
Siamo fatti così noi esseri umani: tante belle chiacchiere e poi ci basta il ricordo di qualche vecchio film di fantascienza e una distesa sterminata di strane uova aliene che spuntano dalla nebbia per vanificare tutti i propositi di fratellanza universale.
A riguardarle con più tranquillità non c'è niente di particolare, sono normalissime uova aliene, senza piccoli mostri a molla che saltano fuori. Anzi, a rigor di logica dovevo aspettarmi qualcosa del genere viste tutte le premesse.
Migliaia di uova oblunghe alte fino al ginocchio che circondano questa laguna perfettamente circolare. Al centro dello specchio d'acqua s'intravede un'altra isola dalla quale parte una lunga colonna che sparisce nel cielo olografico dell'habitat. Altra acqua da attraversare, penso al primo impatto. Mi sento un po' scoraggiata. Poi mi ricordo di qualcosa.
-Va bene Wik, sono pronta. Mandami quel file di testo, se sei riuscito a tradurlo.

The Tor Symphonic Orchestra directed by A.Adrixhausen
"Podcaine Theme"