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Dal diario personale di Podcaine of Mars – Martedì 04 novembre 2026
...nculo!"
Feci giusto in tempo a completare l'invettiva che l'apparato di trasmissione mi segnalò con un insistente cicalino, che ormai non c'era più onda portante.
La Magellano se n'era andata e la mia traballante condizione di apprendista astronauta si era di colpo trasformata in quella di naufraga spaziale senza speranza di salvezza.
Abbandonata! Sola con me stessa in un ambiente alieno a mezz'ora luce dalla Terra. Senza aiuto e completamente dipendente da fragili apparecchiature che entro qualche mese avrebbero smesso di erogarmi cibo e acqua potabile. Fui sopraffatta dall'enormità della mia situazione. E la mia reazione quale fu?
Ovviamente, quella di qualunque ragazzina viziata della lontana Terra: mi sono rinchiusa nello Shelter, ad abbuffarmi di barrette ipercaloriche dal vago sapore di cioccolato mentre mi scioglievo nelle copiose e calde lacrime dell'autocommiserazione. Uno spettacolo disgustoso.
Più tardi, mentre vomitavo nella toilette chimica dello Shelter le preziose razioni che mi sarebbero dovute durare almeno una settimana, feci in tempo a notare che al margine del campo visivo, nell'interfaccia retinale dell'impianto cranico, brillava allegramente il simbolo della posta appena ricevuta. “Oh bene...”pensai.”Magari è Superman e mi scrive che presto verrà a salvarmi da questo schifo di situazione.”
La prima e-mail non era di Superman, ma di un certo Dr. Srivastava che mi scriveva da un laboratorio del New Mexico e che diceva di aver hackerato i sistemi di un radiotelescopio per potermi spedire quella lettera per conto dell'Iniziativa Merlino (quella banda di scienziati svitati che avevano deciso di salvarmi a tutti i costi). Diceva che avevano fatto di tutto per riuscire a spedirmi quell'allegato. Bastava scompattarlo e installarlo nella memoria del mio impianto cranico. Il sistema operativo Uhuru-Neurinux avrebbe fatto tutto il resto.
Senza pensarci due volte seguii le indicazioni di Srivastava e feci partire l'eseguibile. Così nella mia testa scoppiò il finimondo.
Probabilmente persi conoscenza, mentre quella “cosa” si installava in ogni recesso del mio impianto cranico sfruttando ogni bit disponibile, e scatenando continue schermate di errore che mi diffidavano dall'usare software non certificato.
Due Terabyte di codice!
Se avessi fatto attenzione alla dimensione dell'allegato non avrei mai permesso una cosa simile.
Fu come se fossi travolta da una valanga: impiegai un tempo indescrivibile per riprendere coscienza attraversando quell'enorme massa di dati che si era stratificata nei miei sistemi di memoria ad accesso rapido. Infine ritornai in me, ma nel frattempo ero perfettamente a conoscenza del fatto che Srivastava o Shrivastava era un cognome originario del nord dell'India, particolarmente diffuso nella casta Kayastha e che c'era un Aadesh Shrivastava, direttore musicale, un Ashirwadi Lal Srivastava, Storico e che probabilmente l'uomo che dovevo ringraziare per il mio mal di testa era un certo Professor Ajitabh Srivastava, planetologo ed esperto di giganti gassosi.
Come facevo a sapere tutte quelle cose senza essere connessa alla rete? Non faticai a trovare la risposta, mi bastò pensare la domanda e i nanocircuiti della mia interfaccia cranica la convertirono subito in un'immagine che si sovrappose al mio campo visivo.

Laggiù, sicuri del fatto che una ragazzina ignorante e presuntuosa non avrebbe avuto scampo senza un minimo di nozioni di base, si erano dati da fare per impacchettare tutta Wikipedia, la libera enciclopedia on-line (aggiornata praticamente all'ultimo secondo), e spedirmela con un eseguibile che riuscisse ad armonizzarsi con i miei cyber-impianti. Beh, “armonizzarsi” è una parola grossa, per un po' ebbi continue nausee tutte le volte che mi capitava di incappare in un termine sconosciuto che scatenava un frullare isterico di note disambigue.
Senza contare che “conoscere” non significa “capire”, perciò tuttora sono sovrastata talvolta da analogie, similitudini e paralleli, con concetti che mi sfuggono, teorie matematiche delle quali non capisco una beneamata mazza, dissertazioni filosofiche talmente astruse che mi fanno spesso perdere il filo dei miei stessi pensieri.
Con la testa che mi sembrava uscita da una scommessa a chi era più duro con la locomotiva di un treno merci, aprii la seconda e-mail scoprendo con piacere che era del mio amico Mike Mc Neal:
“Carissima Podcaine,
sappiamo per certo che la ConSpace ha inviato un comando frattale per riattivare i motori della Magellano. Perciò perderai definitivamente la connessione nei prossimi 30-40 minuti. Abbiamo discusso a lungo su cosa mandarti con questa ultima finestra-dati che ci è concessa dal ponte radio della Magellano, ma alla fine abbiamo deciso di mandarti tutto. Secondo molti Wikipedia è il meglio che il genere umano sia riuscito a produrre per sintetizzare il proprio scibile. Fanne buon uso e, quando sarà possibile, condividi questo regalo con chiunque incontrerai lassù.
All'ultimo momento ho deciso di includere nell'eseguibile che dovrebbe esserti arrivato poco fa, anche la mia biblioteca privata di e-book. Se ne avrai voglia e tempo, ci sono tutti quei romanzi che mi hanno spinto a scegliere la carriera di astronauta. In molti di questi libri ci sono le storie di viaggi fantastici in luoghi affascinanti e sorprendenti. Robert Heinlein, Arthur Clarke, John Varley, Larry Niven, ti faranno compagnia nel tuo viaggio e, forse, ti daranno qualche buon consiglio.
Fra i tanti autori, ti raccomando Joseph Conrad, anche se all'inizio ti sembrerà che i suoi romanzi parlino solo di antiche navi a vela e di viaggi per mare. Non è così, anche lui ha molto da insegnarti, magari non sugli alieni, ma di sicuro su questa povera, disgraziata, umanità che ti ha abbandonata.
E ora qualche consiglio sulla tua situazione attuale.
Non potrai rimanere a lungo dove ti sei accampata, l'influsso dei dejà-vù indotti non ha effetti benefici sulle tue onde cerebrali. Dai grafici della telemetria risulta che le tue onde Alpha tendono ad assumere uno schema anomalo durante queste ondate per periodi sempre più lunghi. Probabilmente, queste ondate di induzione empatica, per gli abitanti di Tor hanno una funzione diversa e non nociva. Magari sono alla base di un sistema di comunicazione empatica. Magari a loro fanno l'effetto che a noi fa Brahms.
Qui si ha la sensazione che Tor stia interagendo con il tuo impianto cranico per trovare un protocollo di comunicazione comune, magari grazie a una specie di sistema di auto-apprendimento sulle tue reazioni emotive, ma nel frattempo potrebbe danneggiare il tuo cervello a causa dell'eccesso di volume-dati alla quale sottopone i nano-impianti del sistema Input-Otput.
Devi allontanarti dal luogo dove ti trovi.
Non hai altra scelta che attraversare quel braccio di mare che ti separa dall'isola che hai di fronte. Questo significa un grande sacrificio perché dovrai rinunciare al Caterpillar.
Il robot non è fatto per galleggiare e non può immergersi a profondità superiori ai tre metri. Perciò dovrai prendere dai container del robot tutto quello che ti potrà servire in seguito, oltre alla maggior quantità di viveri possibile. Noi ti consigliamo:
dal container 2, il sistema di ricarica fotovoltaico (troverai sicuramente fonti di luce più avanti...), il sistema di orientamento basato sull'effetto Coriolis;
dal container 3, la valigetta di auto-diagnosi medica e pronto soccorso, il kit di potabilizzazione dell'acqua e quello di analisi chimico-biologica...”
Blah, blah, blah. Rimasi interdetta. Tra tutte quelle pignole indicazioni (che probabilmente mi avrebbero salvato la vita, ma che trovai esasperanti) non c'era la soluzione del mio piccolo problema, ovvero: come attraversare quello specchio d'acqua senza farmi divorare dalla ferocissima anguilla gigante che vi dimorava?
Poi, finalmente, qualcosa alla fine della lettera:
“...l'attraversamento del tratto di mare interno che ti separa dall'isola (circa 200 metri dalle nostre stime in base alla fotogrammetria) non dovrebbe darti troppi problemi. Ti bast...
[fine pacchetto dati– connessione interrotta – riattivare il collegamento per completare il download]
Lanciai una irripetibile bestemmia e dato che c'ero la ripetei in sei lingue diverse. A che mi serviva Wikipedia sennò?
Se Mike non si fosse tanto dilungato con i suoi gusti letterari sarebbe riuscito quantomeno a completare la frase.
Mi disperai così mi ritrovai da capo a ingurgitare tavolette ipercaloriche (vuoi mettere la soddisfazione di strappare con rabbia una confezione progettata scientificamente per sopravvivere al vuoto assoluto e a un viaggio di diversi milioni di chilometri?).
Poi accadde qualcosa.
Forse fu la curiosità, o magari la mia mente che vacillava a causa delle botte di dejà-vù, combinate ai sussulti dell'auto-organizzarsi di Wikipedia nei miei impianti mnemonici, ma sicuramente fu qualcosa di mai avvenuto prima.
Come spiegarsi, altrimenti, l'inusitato fatto che cominciai a sfogliare uno degli e-book che Mike mi aveva mandato?
Io, proprio io, quella che non aveva mai preso in mano un libro e che si era vantata di non aver letto nemmeno il best-seller delle sue memorie, quello realizzato da un editor artificiale frullando furbescamente i suoi stupidi post nel real-blog.
Però così accadde. E iniziai a leggere una di quelle storie di oceani e marinai di Joseph Conrad. Scriveva cose del genere:
"Quel vecchio diavolo che ci abbindola", gridò con voce lacerante, e scoppiò in una risata così forte come non ne avevo mai sentito prima. Era uno scoppio provocante, beffardo, con una stridula nota acuta di sfida, da far rizzare i capelli. [...] "Ah! Figli di cani! Avete ritrovato la lingua, eh? Pensavo che foste muti. Bene, e allora ridete! Ridete: vi dico. Allora: tutti insieme. Uno, due, tre: ridete!".
Due ore dopo, come in preda ad un incantesimo (o forse liberata da esso) mi precipitavo fuori dallo Shelter gonfiabile, ridendo come una pazza e minacciando con il pugno chiuso prima il cielo immutabile poi la sinuosa creatura nera che pigramente nuotava al largo.
Quello fu l'istante del cambiamento, il superamento della linea d'ombra che separava la naufraga derelitta dall'intrepida (più o meno) esploratrice.
E, come d'incanto, arrivò l'idea. Sapevo cosa stava per dirmi Mike. Sapevo come arrivare sino all'isola di fronte sotto il naso del mostro marino.
Sono passati due giorni da quel momento. Il Caterpillar giace davanti a me, con i container aperti e disseminati in giro, spogliato di ogni cosa utilizzabile. Sembra il giocattolo dimenticato da una bambina disordinata. Ora sono pronta ad andare. Sorrido ancora una volta per la mia promozione da topolino da laboratorio a criceto in sovrappeso. Il mare interno, di fronte a me, è pieno di promesse.