“Durante questi giorni quando la mia mente è libera dalla febbre e dal delirio, mi capita di ripercorrere il complicato percorso che mi ha portato a morire solo e abbandonato in questa isola artificiale, davanti ad un alba che da 33 giorni rimane congelata dietro l’orizzonte olografico di questo habitat alieno.
Allora penso di aver sbagliato tutto sin dall’inizio di questa partita. Prima ancora di prendere la fatidica decisione di accettare la sfortunata missione che mi avrebbe portato a 76 milioni di chilometri dalla Terra sotto un cielo finto dove anche le stelle mi sono aliene.
Sadalmelik, Al Sa'd al Malik, il Fortunato del Re.
Dove sono le mie vecchie amiche costellazioni?
L’Acquario, il Leone. El Kalb al Asad, il Cuore del Leone.
Cuore di Leone; così mi avevi chiamato, Fatima, quando ti avevo confessato che la notte di Bagdad mi faceva paura e non riuscivo a dormire.
Per settimane, ogni notte, ci siamo incontrati su quel tetto al confine della Zona Rossa.
Durante il giorno i tetti erano il percorso alternativo per quelli che volevano evitare le strade insanguinata della città, dopo il tramonto, le terrazze vicino alla moschea di Al-Sahrawardi Strine, si spopolavano e diventavano il mio luogo di vagabondaggi notturni per sfuggire all’insonnia.
Al`Adhara, la Vergine.
Tu eri lì ogni notte a guardare le stelle, ti vedevo ma ti passavo lontano perché avevo paura di te. Presumevo che ti rifugiassi lassù per sfuggire a chissà quale dolore, a chissà quale perdita. Così ti evitavo, perché di tristezza ne avevo già abbastanza per conto mio.
Ero stufo di Bagdad e dell’inutile mattanza giornaliera. A noi, i “pacificatori”, ci sembrava di costruire castelli di sabbia davanti ad un mare in tempesta. Un mare di odio che non ci voleva laggiù. Nemmeno per distribuire medicine negli ospedali. E noi non distribuivamo solo medicine.
Una notte, grazie al bagliore improvviso di un bengala, vidi il tuo profilo e con meraviglia notai che non c’era tristezza, ma solo stupore estasiato sul tuo viso rivolto verso il firmamento stellato.
Indicavi le stelle, le costellazioni e pronunciavi i loro nomi in un sussurro appena udibile:
Al Thuban, Alpha Draconis, il Drago
Al Dabaran, colui che segue.
Seguivo il tuo piccolo dito puntare verso il firmamento e imparavo quei nomi nella tua lingua.
Per mesi aspettai il calare del sole con impazienza per potermi immergere in quelle lezioni di astronomia.
Tu da un lato del tetto, io dall’altro. Senza avvicinarci. Con il minareto della moschea che incombeva alle nostre spalle. Sapevo che eri consapevole della mia presenza perché quando ti chiesi di ripetere un nome parlasti in inglese.
Da quel momento iniziasti a raccontarmi il cielo, storie di orbite e parallassi, di quasar e stelle doppie. Un giorno ti chiesi chi ti aveva insegnato tutte quelle cose e tu mi raccontasti degli studi di astronomia sospesi.
Kaff' al Hadib, Beta Cassiopeiae, la mano dipinta con la Henna.
Ma non c’era tristezza nella tua voce. Come se tu già avessi bevuto a sazietà da quella fonte. Pensai ai soliti motivi: una famiglia intransigente o un fidanzato all’antica.
Il tuo entusiasmo mi contagiò.
Le notti a guardare il firmamento mi davano quella pace che offre solo la consapevolezza di essere insignificanti nell’universo, mentre intorno a noi la morte colpiva a casaccio nelle strade della città.
Avevo solo 19 anni ed ero partito volontario per pagarmi gli studi e vivere da solo. Quando si avvicinò la data del congedo accettai la rafferma in cambio del trasferimento volontario a un corpo speciale che stavano istituendo a Edwards.
Volevano giovani astronauti per il corpo dei Marine perché bisognava difendere gli interessi degli States anche dallo spazio. Il nuovo reparto avrebbe formato gli equipaggi per alcuni pericolosi mezzi speciali a traiettoria balistica. L’idea era quella di portare un gruppo d’assalto in qualunque parte del globo senza essere intercettati. Per poi ripartire “a razzo” dopo aver fatto lo sporco lavoro prima che qualcuno si accorgesse da dove eravamo venuti.
In realtà avevo deciso di affrontare la feroce selezione per farmi sparare in orbita su un missile fiammeggiante pur di poter mettere il naso fuori dall’atmosfera e guardare le stelle nella loro vera luce.
Lontano da Bagdad.
Te lo dissi e tu sorridesti, voltandoti, per la prima volta in tutte quelle settimane, verso di me.
“Guarda le stelle anche per me, Kalb al Asad, Cuore di Leone.”
Così per la prima volta vidi i tuoi occhi e capii perché ti trovavo sempre seduta su quel muretto allineato con il nord.
Capii perché prima m’indicavi la costellazione e poi la stella di cui mi volevi parlare.
Ormai conoscevi a memoria la posizione delle costellazioni in quel periodo dell’anno, e il nome di tutte le stelle che le componevano. Non avevi bisogno nemmeno di vederle per sapere dov’erano.
Perché, in ogni caso, i tuoi occhi, resi ciechi da quella orribile ferita che ti sfregiava il volto non le avrebbero più viste.
Lacrime nella notte.
Epsilon Orionis, Al Nitham, la collana di perle.
Quello è stato il vero inizio di tutto.
Tornato in America superai la selezione e divenni membro del S.U.S.T.A.I.N., il reparto speciale di infiltrazione dallo spazio. I mezzi balistici sperimentali si rivelarono un fallimento e il reparto fu disciolto prima ancora si fosse riusciti ad andare nello spazio o a mettere piede su qualcosa di volante che non fosse un cargo con i motori ad elica.
Il caso volle però che un pazzo cercasse di far saltare in aria la Stazione spaziale internazionale dopo aver fatto fuori tre astronauti. La faccenda si risolse con il tipo che andò a passeggiare nello spazio senza tuta spaziale senza l’aiuto di nessuno, ma il fatto non andò giù ai pezzi grossi. Così decisero di non sprecare dei jarhead ben addestrati come noi, ma di tenerci pronti nel caso ci fosse qualcosa di troppo complicato da risolvere nello spazio, per le teste d’uovo che ci finivano di solito.
La faccenda iniziò a diventare divertente.
Imparai a combattere in assenza di peso sulla Vomit Comet, l’aereo che vola su traiettorie balistiche, simulando la microgravità. Imparai a maneggiare aggeggi complicati e pericolosi come i pulso-laser. Imparai a mettermi una tuta spaziale in pochi minuti. Ma soprattutto a non farmi prendere dal panico se questa si bucava nel vuoto. Imparai tante cose, molte delle quali avevano a che fare con le raffinate arti dell’assassinio e del sabotaggio.
Alla fine dell’addestramento ci fecero fare persino un volo con l’unico shuttle rimasto in servizio. Ero finalmente diventato astronauta.
Solo qualche volta riuscii a veder le stelle, Fatima, ma ogni volta pensai a te e al tuo buio pieno di costellazioni.
Partecipai a diverse missioni. Molte di queste erano di guerra.
Lassù, da alcuni anni, si stava volgendo una guerra silenziosa. Cinesi, Russi, Europei, Giapponesi, ciascuno combatteva per il proprio interesse e per danneggiare quello degli altri. Spesso andavamo su solo per sabotare un satellite segreto di telecomunicazioni o per impadronircene inserendoci qualche diabolica cimice digitale. Una volta però trovammo un comitato d’accoglienza, ma erano solo dei dilettanti.
Ricordo ancora la faccia stupita di quel cinese, attraverso il casco, quando gli trapassai la tuta arancione con la corta picca in titanio (la migliore arma per il corpo a corpo in gravità zero) e lo mandai a rotolare via per disintegrarsi nell’atmosfera. Non capii mai se fosse stupito per essere stato ucciso da un’arma così arcaica o perché aveva capito che stava per morire e basta.
Beta Persei, Ra's al Ghul, la testa del demone.
...con la faccia da incubo. Come quella della creatura che viene a visitarmi ogni volta che sto per addormentarmi. E’ un essere alto, avvolto in un mantello nero. Dal cappuccio si intravedono solo due occhi dorati da calamaro. Lui non sa che lo spio quando mi paralizza. Anche se è una cortesia che potrebbe risparmiarsi. Ormai la maggior parte del tempo lo trascorro nel delirio della febbre. Rido spesso senza ragione. Continuo a prendere la morfina, nonostante la gamba non mi faccia quasi più male. Forse perché è buffo morire di cancrena a causa di microbi che ho portato io stesso dalla Terra.
La creatura non se ne cura. Prende campioni dal mio braccio e dalla gamba ferita. Forse sa che sto per morire. Presto verrà e mi troverà con la stessa espressione di stupore del cinese.
Di questa missione all’inizio sapemmo solo che dovevamo stare nello spazio per parecchio tempo e dovevamo usare un mezzo diverso dal solito, una navicella Orion.
“Cavolo” sghignazzò Ramirez.”Vuoi vedere che ci mandano sulla Luna?”
Ma il buon umore gli passò quando il Generale Wilcox ci disse dove stavamo per andare veramente.
L’unica cosa decente fu il lancio e l’uscita dall’orbita terrestre. Poi le cose presero subito una brutta piega. Qualche cervellone sulla terra aveva scoperto che il manufatto alieno non se ne stava fermo nella sua placida orbita come tutti gli altri asteroidi, quindi noi rischiavamo di perdere l’appuntamento. Così ci fecero un sacco di prezioso carburante nelle correzioni orbitali. Dopo tutto quel accendere-spegnere i motori, da Terra ci diedero le solite due notizie. Chissà perché non sono mai due buone notizie. Certe volte penso che si inventino quella buona per aiutare a buttare giù quella cattiva.
Ci dissero che il viaggio sarebbe stato più breve, ma in compenso la massa di reazione non ci sarebbe bastata per ritornare sull’orbita Terrestre. Però stavano risolvendo il problema. Ci avrebbero mandato una navicella automatica con altro propellente sul luogo dell’appuntamento con il manufatto alieno. Avevo imparato a diffidare del Controllo Missione quando ci diceva di non preoccuparci, ma non potevamo fare altro che continuare la missione.
Poi Carl Clemens si beccò quell’infezione alla pelle che non si riusciva a debellare e i computer di bordo andarono in tilt per una settimana.
Infine ci avvicinammo al rendezvous con il manufatto alieno a velocità troppo alta e finimmo per sprecare altra massa di reazione.
Finalmente riuscimmo ad ancorare la Prometeus al mozzo della colossale ruota extraterrestre. Io e Ramirez andammo fuori per esplorare la superficie metallica del mozzo alla ricerca di un qualche ingresso e trovammo subito quelle strane porte a forma di grandi (Grandi) labbra, ma nessun modo per aprirle. Provammo per una settimana, senza risultati.
Ci sentivamo depressi; avevamo fatto tanta strada per trovarci di fronte a delle porte sbarrate. Poi, finalmente qualcosa uscì da una delle porte, una specie di essere metallico a forma di torpedine che sfiorò la superficie e si diresse verso la nostra navicella. Si mise davanti ai nostri oblò. Come se volesse studiarci.
Dopo qualche ora fece dietro-front e rientrò dalla porta dalla quale era uscito. Non ci sfuggì la più piccola mossa, analizzammo tutte le emissioni radio durante la faccenda e scoprimmo il segnale che comandava l’apertura della porta.
Bingo!
Traboccanti di legittima soddisfazione trasmettemmo la notizia al Controllo Missione e loro per tutta risposta ci dissero che il lancio della navicella di soccorso aveva avuto dei problemi.
Dovevamo arrangiarci prima che le nostre riserve finissero: avevamo un paio di mesi di autonomia, ma nessuno ci avrebbe mandato un aiuto nel frattempo.
Non c’era scelta così decidemmo di entrare.
Due di noi sarebbero andati nel manufatto con viveri e ossigeno per due settimane e nel caso non fosse ritornato nessuno, il terzo a bordo della “Prometeus” avrebbe avuto più possibilità di sopravvivere in attesa di un aiuto dalla Terra.
Tirammo a sorte (noi marines lo facciamo sempre, l’abbiamo imparato dai film sui marines) e toccò a me e Ramirez fare l’escursione nel manufatto alieno.
Magari gli extraterrestri ci avrebbero accolti a braccia aperte. Magari erano dei simpaticoni pronti con bombole d’ossigeno. Però Ramirez insistette che ci portassimo anche le due Beretta.
Se qualcuno leggerà queste righe probabilmente avrà fatto la nostra stessa strada, perciò sarà passato attraverso le porte stagne, gli strani diaframmi opalescenti che separano i compartimenti. Magari avrà incontrato lo strano automa elicottero che parla come un bambino e che ci ha guidato all’ascensore. Sarà rimasto stupefatto vedendo la vastità degli ambienti deserti di questo strano posto creato da una tecnologia impareggiabile. Giunto all’interno dell’Anello sarà rimasto senza parole vedendo questo mare immobile, questo cielo straniero.
Non ho molto da aggiungere a quello avete già visto con i vostri occhi. Tranne questo: non attraversate il mare!
C’è qualcosa che nuota sotto la superficie di questo mare in miniatura. E non è amichevole.
Io e Ramirez nell’euforia di aver trovato aria respirabile e un ambiente compatibile alla vita umana, abbiamo deciso di comune accordo di costruirci una piccola zattera con le nostre tute gonfiate e sigillate, legate insieme con i contenitori dei viveri. Eravamo allegri come bambini quando “varammo” il nostro raccogliticcio natante e ci salimmo sopra dopo averlo battezzato pomposamente “Enterprise”.
Stavamo ancora fischiettando il motivo di “Star trek” quando il mostro ci aggredì. Ramirez fu tirato giù in acqua dalle mandibole della “cosa” come se fosse un bambolotto. La sua amata “Beretta” non gli servì a nulla.
Cercai di afferrarlo per tirarlo su mentre veniva trascinato via, ma ricevetti un colpo di quella enorme coda nera. Sentii un dolore lancinante alla gamba e l’osso spezzarsi. Il mostro sparì con la sua preda nelle profondità oscure del mare interno. Non si curò di me sebbene fossi una preda facile. Rimasi aggrappato alla zattera e con enormi sforzi riuscii a tornare alla sponda dalla quale eravamo partiti con tanto entusiasmo pochi minuti prima.
Ero rimasto solo.
Al Fard al Shuja, la solitaria nel Serpente
All’inizio avevo voglia di lottare, cercai il modo per tornare indietro, malconcio com’ero. Ma a quanto pare l’ascensore se n’era andato via e non c’era nessun pulsante per richiamarlo. Poi la gamba si è gonfiata e si è diffusa l’infezione. I medicinali che avevo in dotazione si sono rivelati inutili. A parte la morfina.
Credo che morirò.
Beta Persei, Ra's al Ghul, la testa del demone
Il mio visitatore sembra indifferente alle mie condizioni fisiche, non c’è nessuna volontà da parte sua di comunicare con me. Preleva i suoi campioni e ogni tanto mi mette una specie di cuffia sulla testa. Forse non ha ancora deciso se sono intelligente.
In ogni caso non si fida di me, se tutte le volte mi paralizza con uno dei suoi trucchi alieni. Ho cercato di lasciargli dei messaggi, ma li ha ignorati.
Tutto è molto strano; la creatura dagli occhi dorati e la sua totale indifferenza, questo sole che non vuole sorgere, questo mare immobile e tiepido.
Questa morte che sta giungendo lentamente, cogliendomi nella consapevolezza di aver sbagliato una svolta lungo una tortuosa strada.
Che stella è questa, Fatima?
Alpha Eridani, Al Ahir al Nahr, la Fine del Fiume.”
Qui si conclude il diario di John Evans.
La mia testa è piena di domande.
Perché ci hanno nascosto la missione della “Prometeus”?
Dov’è il corpo di John Evans? E’ veramente morto?
Chi era il suo visitatore notturno?
Verrà anche da me?
Riuscirò a trovare il modo per attraversare questo mare in miniatura?
Zzsszz
C’è qualcosa che fa “beep” nel pannello di comando del Caterpillar.
Vorrei tanto sbagliarmi, ma i dati…zzsszz…che sto ricevendo in questo momento…zzsszz…indicano che la Magella…zzsszz…no ha acceso i motori.
Così ce l’avete fatta…zzzssszzz.
Qui Podcaine of Mars…zzzzsssszzz…credo che questo sarà il mio ultimo contatto…
Zzzzssssszzzz….Il segnale del ripetitore della…zzzzzzssssszzzzz…Magellano diventa sempre più debole…zzzzzzsssssszzzzz…. Ma vaff…zzzzzsssssssssss.
CADUTA SEGNALE
