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30 - Memorie di un Soldato
31 ore e 18 min. dentro TOR. Emissione radio-dati dall'anello di Tor.
“Il mio nome è John Evans, Colonnello del Corpo Astronautico dei Marines degli Stati Uniti d’America. Attualmente svolgo l’incarico di unico sopravvissuto della missione “Prometeo”, ma non so ancora per quanto…
Credo che la gamba sia peggiorata e non sento più dolore. Dal colore e dal fetore direi che è arrivata la cancrena. Che ironia della sorte: sto morendo dentro un habitat alieno grazie a un pugno di cazzutissimi microbi terrestri che sono riusciti a sopravvivere nella mia biancheria intima ad un viaggio di milioni di chilometri.
Non è esattamente questo che avevo in mente quando pensavo ad una eroica missione nello spazio. Non che non ci avessero avvertiti a Quantico, prima della partenza:
"La vostra è una missione che può diventare un suicidio senza alcun preavviso. Le uniche cose che tengono in vita un Marine in zona di combattimento sono il suo addestramento e la sua esperienza. Non esiste nessun addestramento che vi prepari a quello che troverete nella ciambella aliena. E, per quanto riguarda l'esperienza, staremo con la radio accesa ad ascoltarvi attentamente mentre urlate che un viscido extraterrestre vi sta inchiappettando. Questo farà da esperienza per i prossimi che manderemo.
Quello che vi potrà aiutare lassù sarà piuttosto la vostra capacità di improvvisazione, cioè quella caratteristica della quale voi del S.U.S.T.A.I.N. andate tanto fieri." disse il Generale Wilcox senza nascondere l'ironia e quella particolare spocchia che hanno quelli dell'Aeronautica nei confronti di noi mangiafango del corpo dei Marine.
"Se pensate che dei Marine non siano in grado di fare questo lavoro, perché non ci mandate qualche vostro cervellone?" avevo chiesto io.
Il generale Wilcox mi aveva guardato come una hostess guarderebbe una cameriera di fast-food che le avesse chiesto come si comportava in volo quando un passeggero le toccava il sedere.
"Perché non esiste forza al mondo che possa impedire al popolo americano di finanziare una costosissima missione spaziale di soccorso quando voi teste calde vi ficcherete in un guaio più grande di voi. Gli americani adorano voi Marines e non è nemmeno necessario che siate vivi quando verremo a prendervi. La bara avvolta dalla bandiera rafforza allo stesso modo l'orgoglio nazionale del contribuente."
Small Unit Space Transport and Insertion, quella terza parola del nostro acronimo dava proprio sui nervi ai pezzi grossi dell' U.S.A.F per i quali, lo spazio, non era altro che la continuazione un po' meno respirabile dell'atmosfera terrestre nella quale si sentivano signori e padroni. Però il Presidente aveva detto che quel lavoro spettava a noi e perciò bisognava fornirci tutto il supporto possibile. Il che, tradotto in termini militari, significava ficcare noi tre in una navicella della classe "Orion" strapiena di viveri e attrezzature, e spararci nello spazio in rotta di intercettazione con il colossale manufatto alieno che era entrato nel nostro sistema, e che aveva attraversato come una cometa fiammeggiante l'alta atmosfera solare uscendone indenne. Sarebbe passato a "soli" 75 milioni chilometri dalla Terra, quasi al limite dell'autonomia di quell'accrocco spaziale progettato quindici anni fa per riportare il logorato orgoglio americano sulla Luna, ma si poteva intercettare a patto che, invece del brutto affare a quattro zampe pensato per atterrare sulla Luna, ci fissassero al fondoschiena un propulsore atomico di nuova concezione. Sperando che ci facesse arrivare puntuali all'appuntamento senza spiaccicarci o rendere i nostri spermatozoi potenziali creatori di fenomeni da baraccone. O perlomeno questo è quello che ci garantivano i tecnici della Nasa con un sorrisetto nervoso.
Siamo partiti il 4 gennaio 2020 da Cape Canaveral nella solita maniera rombante e fiammeggiante, in cima al vettore che avrebbe portato la “Orion” in orbita bassa. Quelli della NASA ci avevano dato un nuovo modelllo di navicella con qualche fesseria elettronica in più e la scritta “Prometeus” sul muso conico e questo mentre i Grandi Capi del corpo dei Marines, per far vedere che noi di sbarchi ne mastichiamo parecchio, si ostinavano a chiamarla "IwoJima". Nella navicella un poco meno spaziosa di un caravan ma in compenso molto più scomoda, eravamo in tre: io, il maggiore Frank Clemens e il capitano Manuel Ramirez, ficcati nelle nostre tute a subire gli 8 g del decollo, silenziosi e attoniti come succede sempre quando si parte in quella maniera brutale.
Il rendez-vous con « StinkyPete », il motore nucleare mandato in orbita segretamente con un altro vettore, fu perfetto. Qualche ora dopo, spinti da una mortale fiamma azzurra siamo partiti verso l’ignoto. Tutto sommato eravamo di ottimo umore, fino a che quel fesso di Ramirez non ha insistito per mettere a tutto volume “Rocket Man” di Elton John mentre guardavamo la palla azzurra nelle telecamere di poppa. Mi sembrò l’imboccatura circolare di un pozzo che si allontanava mentre noi affondavamo negli abissi neri dello spazio….”
Ho interrotto la lettura del diario di John Evans perché mi sono ricordata che il Caterpillar è anfibio e dotato, tra i vari gadget, persino di un sonar tridimensionale.
Così ho pilotato il bruco meccanico dentro l’acqua e ho messo in funzione il detector subacqueo. Questo è quello che ho ottenuto dopo qualche tentativo:

Pink Coil (AdRiX): The Beach and The Beast
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