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03-la porta
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05-mi sentite
06-la soluzione
07-il vestibolo
08-flashback
09-edizione straordinaria
10-segnali di pericolo
11-un aiuto insperato
12-xenotecnica
13-comandi alieni
14-la torpedine
15-il corridoio della morte
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17-deja vu
18-la tempesta
19-rumori sospetti
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24-in ascensore
25-strane tracce
26-il mare interno
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28-induzione empatica
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30-memorie di un soldato
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30 ore e 06 min. dentro TOR. Emissione radio-dati dall'anello di Tor.
Come un suono di gong che sveglia dal sonno lasciando la sua distinta eco, così la visione aliena che mi ha sopraffatto ha lasciato una traccia nella memoria visiva che il battito delle palpebre non riesce a cancellare.
Li ho visti.
Ho visto gli abitanti di questo luogo. So come sono fatti. Se sapessi disegnare saprei ricostruire perfettamente le loro fattezze.
Quando ho attivato il pulsante dorato al centro del gettone ottagonale è come se fossi stata trasportata in un altro tempo e in un altro luogo.
Questi gettoni fanno qualcosa alla memoria. E forse so anche come fanno. Si sovrappongono ai ricordi evocandone altri che non mi appartengono, registrati da qualche parte, forse negli stessi gettoni ottagonali. Quello che stupisce è che i toriani, pur essendo totalmente dissimili dai terrestri, siano riusciti a mettere insieme un sistema per condividere i loro ricordi e chissà cos’altro con altre razze con sistemi nervosi totalmente differenti.
Come ci sono riusciti?
Dopo essermi arrovellata per un po’ ho trovato la risposta.
Sto cominciando a comprendere la mirabile tecnologia di Tor. In realtà la Ciambella non è altro che un immenso apparato mnemo-empatico che riesce ad adattarsi a qualunque tipo di cervello. Prima provoca il sistema nervoso del visitatore causando quella continua invasione di ricordi e déjà vu, gli stessi che anch’io ho subito, e su di esso si tara trovando le zone del sistema nervoso da attivare quando si accede alle periferiche dell’enorme libreria empatica che immagazzina i ricordi dei Toriani. Tor, insomma, è come una gigantesca corona Em-patic, ma molto più sofisticata e potente.
Così sono riuscita, tramite il ricordo di uno di loro, a vedere i Toriani. In questo stesso posto, ma in un altro tempo.
Ho visto le loro solenni e alte figure. Ho visto le loro strane teste oblunghe ondeggiare, i loro occhi sporgenti con l’iride dorata guardare verso l’Isola del Compimento illuminata dall’abbacinante luce azzurra della loro stella. Ho visto la loro piccola bocca da pesce aprirsi per emettere quei suoni (Canti? Lamenti?) simili ai versi subacquei delle megattere.
Ho sentito le loro voci nella mia testa ripetere il commiato:
“Bagnatemi di voi, lune del cielo!
Ecco la luce che danza;
ecco il circolo della morte;
ecco la mia vita che cade.
Consacratemi lune!
Io danzo a voi.
Innalzo il canto e il pianto,
il braccio e il dolore.”
(Fosti Cantore nel Secondo Settore, nuotasti verso il Compimento 1-7-1-7-7-6-2-0)
"Vite che durano il tempo
di uno sguardo che si posa
e passa oltre senza vedere,
Cieli che si innalzano
come silenziosi abissi,
Spazi senza fine che si mescolano
e ritornano sempre diversi
ed ogni volta uguali.”
(Fosti Maestro di Rotta, nuotasti verso il Compimento 4-3-5-4-4-5-3-0)
Ma la comprensione di ciò che dicono è solo una mera illusione.
E’ come attraversare un fiume ghiacciato per raggiungere l’altra sponda. Io, la terrestre, con i miei pregiudizi, la mia cultura, la mia razionalità, sono da una parte, i toriani dall’altra. Tra me e loro c’è questo sottile strato di razionalità, di concetti apparentemente in comune. Attraversare questa scivolosa e sottile superficie non è la comprensione di una cultura aliena. Basta un passo falso e il ghiaccio si rompe, così sotto si vede scorrere impetuoso un fiume oscuro e incomprensibile. Passano velocemente concetti totalmente estranei e alieni che emergono nella parte cosciente come incompatibili escrescenze mentali da espellere immediatamente. Stati d’animo che mai un essere umano proverebbe mi sommergono con intensità nauseante. Come ossimori o errori logici.
Cosa c’è di più alieno di una “umiliante esaltazione”? O di una “dolorosa ebbrezza” che porta ad una “funebre maternità-paternità” al termine di una “fertile vecchiaia”?
L’unica cosa che emerge da questo bailamme incomprensibile è questo insopprimibile desiderio di attraversare il mare per raggiungere quella che viene chiamata l’Isola del Compimento.
Ogni gettone ottagonale contiene il ricordo di questa fortissima pulsione, che in molti casi non ha più niente di razionale come se fosse una specie di istinto che prende il sopravvento su ogni cosa. Bisogna attraversare il Mare. Bisogna attraversare le acque per raggiungere il Compimento.
Mi sembra di aver sempre saputo come avviene questa cerimonia del Compimento. Mi sembra di vedere ancora, con i miei occhi, i toriani allineati sulla sponda con le loro teste che ondeggiano come strane foglie di piante grasse, che attendono qualcosa, magari un segnale, un gesto, un ulteriore richiamo, prima di tuffarsi in massa dentro l’acqua.
Grazie al ricordo alieno so che qualcosa di antico e famelico chiederà un prezzo per l’attraversamento. So che toccherà a qualcuno di noi. Le carni di uno di quelli che tenteranno l’attraversamento per primi verranno dilaniate dai denti neri della Bestia. Forse toccherà a me il “sublime fallimento”, ovvero l’essere divorato vivo dall’essere che abita in queste acque e che si nutre del sacrificio di uno di noi. Diventando colui che rinuncerà alla progenie per salvare gli altri.
Scuoto la testa e mi libero ancora una volta del ricordo estraneo. Apro gli occhi e la luce abbacinante del ricordo sparisce. Davanti a me c’è solo questo braccio di mare nella penombra di un giorno che non arriva mai. Davanti a me l’isola del Compimento è avvolta dalla foschia. Solo ora mi accorgo di qualcosa di grosso, dal corpo nero e sinuoso che provoca piccole onde nell’acqua calma. E’ esattamente davanti a me, a un centinaio di metri dalla battigia. Guardando i suoi movimenti di anguilla ipertrofica, mi rendo conto che è consapevole della mia presenza. Mi aspetta.
Mi allontano dall’acqua sentendo un brivido sulla schiena che non è di freddo.
Quasi inciampo in qualcosa che prima non avevo notato. E’ un piccolo involto fatto con la plastica argentata delle razioni militari e il nastro adesivo. Freneticamente lo apro: all’interno c’è una scatoletta metallica con la scritta “USMC” e alcuni fogli di carta velina vergati a mano.
Sulla prima pagina qualcuno, con una scrittura stentata, ha scritto:
“Il mio nome è John Evans, Colonnello del Corpo Astronautico dei Marines degli Stati Uniti d’America. Attualmente svolgo l’incarico di unico sopravvissuto della missione “Prometeo”, ma non so ancora per quanto…”
