Blognovel interattiva di fantascienza

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Sinossi

Tor è una novella interattiva che dimostra, inequivocabilmente e secondo tutte le leggi scientifiche conosciute, come a bloggare troppo si finisca male, anzi peggio. La protagonista è infatti una blogger adolescente e vergine (e questo ha la sua importanza), che tecnicamente non scrive i suoi post, ma proprio li invia direttamente dalle onde cerebrali, grazie a un sofisticato impianto cranico wireless. I commentatori (che sono milioni al giorno) apprezzano questa “immediatezza” neuronale, e amano Podcaine. La più brutale “sincerità” e il posting in tempo reale fanno di Podcaine un essere mostruoso, e giustamente amatissimo dal pubblico a casa. Tutto il pubblico a casa. Il luogo che dà nome alla saga (tipo la saga della castagna, ecco: la saga di Tor) è Tor, ovvero un asteroide artificiale, di fattura e materiale sconosciuti, di forma toroidale (più o meno una ciambella che si otterrebbe facendo girare, ma assai, una curva, contemporaneamente guardando verso l’infinito e oltre). Gli uomini della Terra, dopo un immenso “ooohhhhhh” di stupore, hanno avviato un programma di conquista – ma lo chiamano scoperta – di Tor, ristrutturando allo scopo un rottame celeste, ovvero l’astronave Magellano, obsoleto arnese imbottito di fibre ottiche in un mondo ormai tutto wireless. Ma, arrivati davanti all'aggeggio alieno, le cose cominciano presto ad andare a puttane. Si fa per dire...

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Ultimo episodio in ordine cronologico Regolamento della blog-novel interattiva Classifica prefazione

TOR NEWS: Il Trailer dell'ultimo episodio 39 - ESSERE NODO è stato pubblicato - E' stata aggiornata (14.01.08) la CLASSIFICA - Triana, per il suo coraggio di lettrice fuori sede viene premiata con 4 punti Speciali dal Comitato - Tips: Questa è una Blog-Novel e si legge come un libro: la prima pagina è l'inizio della storia, l'ultimo episodio della serie è raggiungibile tramite l'Indice a sinistra o l'apposita voce del menù superiore.

17 - Deja Vu

pantheon

3 ore e 47 minuti  dentro Tor.
Raffica dati dall'ultima posizione conosciuta di Podcaine of Mars

Com’è strana la mente umana. Uno potrebbe pensare che dopo aver attraversato un corridoio con tre cadaveri scarnificati ballonzolanti a gravità zero, un cervello umano normale sarebbe devastato dall’orrore. Non è così: la mia generazione ha assorbito tanto orrore e in dosi talmente massicce sin dalla tenera età che superato un certo limite scatta il meccanismo d’irrealtà. Non siamo più noi che scostiamo dei poveri resti per farci strada nel tunnel della morte, ma un nostro avatar, fittizio quanto l’ambiente che manipola. Tutto sommato è una situazione già vista nei giochi horror-3D, ed è tanto familiare da essere ormai al limite della noia.

Non appena ho attraversato il diaframma però qualcosa c'è stato che mi ha turbato profondamente. Non tanto per le colossali dimensioni alle quali i toriani ci hanno ben presto abituati, o per quella strana luce cangiante proveniente dai grandi oblò di quello che irrazionalmente ho deciso di chiamare "soffitto".
Ciò che mi ha lasciato completamente senza fiato, come quando sbatti su una barriera invisibile, è stato il potente senso di deja-vù.
In quell’attimo è stato come se stessi vivendo per la seconda volta quella scena. Un po’ come quando si ricarica una partita da un punto salvato nel gioco, dopo una cruenta morte virtuale.
Sono queste le cose che mi spaventano.
La nostra generazione è stata vittima di parecchie ossessioni, ma quella confusione che ogni tanto ci porta a pensare d’essere in un mondo virtuale incarnando la pedina, è di gran lunga la nostra preferita.
Però questa volta l’ossessione si è subito dissolta, al cospetto del ricordo perfidamente autentico scaturito prontamente dai recessi più nascosti della mia memoria, quello dove conservo gli avvenimenti peggiori della mia vita per i momenti speciali.

Era l’estate della scelta dei protagonisti per Sincerity. Avevo passato la preselezione su Internet e la produzione aveva pagato, a me e ad un accompagnatore, il biglietto per Roma dove si sarebbe svolta la selezione finale. Probabilmente con la mia origine italo-australiana ero quel pizzico esotico che la produzione stava cercando.
In ogni caso ero partita senza pormi troppe domande e avevo chiesto a mia madre di accompagnarmi.
Per lei era decisamente un brutto momento: dopo venti anni mio padre aveva chiesto il divorzio. Ufficialmente per incompatibilità di carattere, ma io sapevo che lo strappo era stato causato da qualcosa del passato di mia madre che era ritornato a galla.
Non lamentatevi se i vostri figli entrano nella vostra posta elettronica dopo tutti i corsi di informatica avanzata che gli fate fare. Evidentemente li avete lasciati troppo soli davanti a quella cosa che voi non capite bene e che chiamate ancora il World Wide Web.
Una come me quando entrava negli account di posta elettronica dei genitori, non lo faceva per semplice curiosità, ma per spirito di sopravvivenza di fronte allo sbarramento di balle ogniqualvolta sorgeva qualche problema serio in famiglia. Avevo scelto di essere informata e visto che nessuno lo faceva, avevo abbastanza abilità tecniche per arrangiarmi da sola.
Così avevo scoperto il carteggio tra l'avvocato divorzista e mio padre.
Non avrei mai immaginato che ci fosse tanto odio da parte sua verso mia madre prima di leggere quelle lettere. Chi incontra mia madre dice sempre che è la persona più adorabile di questo mondo. Magari è un po’ svampita e spesso si dimentica le cose (inclusa la sottoscritta che è stata lasciata per un paio di volte su un carrello del supermercato quand'era in fasce).
Vent'anni fa doveva essere stata anche una bellissima ragazza con il suo ovale perfetto e i suoi lunghi capelli corvini, quando era arrivata povera in canna a Sidney dall'Italia e aveva fatto perdere la testa a quell’iceberg allampanato di mio padre.

Scavando nell’archivio elettronico di mio padre e risalendo alle prime e-mail, trovai subito la causa di tutto. Era un link alla sezione Vintage di un sito pornografico che mostrava immagini di quando mia madre viveva ancora in Italia e cercava successo nel mondo dello spettacolo. Una di quelle istantanee la ritraeva appena maggiorenne, ma perfettamente riconoscibile, che faceva cose innominabili tra le cosce muscolose e depilate di due prestanti modelli.

Anche se la foto poteva essere stata il motivo della richiesta di divorzio da parte di mio padre, non spiegava il motivo per tutto l’odio furibondo che stillava dalle seguenti missive. Sin dal primo momento provai solo compassione per quella ragazza poco più che ventenne che si era lasciata andare al pensiero allora imperante dell’Oggi-adesso-tutto. Probabilmente per lei erano stati solo soldi facili in cambio di qualcosa che poteva anche essere divertente e con gente "simpaticamente" trasgressiva. Nessun domani da temere, come se i giorni fossero palate di terra nella fossa del presente. Nemmeno il più pallido dubbio, che forse in un futuro avrebbe avuto di che pentirsene, visto che i pixel sembra che saranno più longevi del granito scolpito.

Così portai mia madre con me in Italia e per molti giorni in una Roma resa magica dall’estate, tutto sembrò perfetto. Lei arrivò persino a dimezzare la sua dose giornaliera di antidepressivi. Poi giunse il fatidico giorno del temporale. Eravamo dirette verso Piazza Navona quando ci sorprese un acquazzone, feci per rifugiarmi sotto la volta di un portone, ma lei mi prese il braccio ridendo:

-Vieni! C’è qualcosa che devi assolutamente vedere!- e mi trascinò per vie e viuzze finché non sbucammo in una piazza dominata da una massiccia costruzione cilindrica.

Attraversammo il colossale colonnato ed entrammo dentro l’edificio. Quando alzai gli occhi rimasi senza parole alla vista di quella magnifica volta a cupola con al centro un largo foro dal quale si intravedeva il cielo nuvoloso percorso dai lampi.

Mia madre nel frattempo era corsa al centro della cupola, esattamente sotto l’oculo:
-Questo è il Pantheon. Dicono che anche quando piove a dirotto l’acqua non possa entrare da quel buco tondo.
Il suo viso era rivolto verso l’alto e per un attimo fu illuminato da un fuggevole raggio di sole. Mi parve bellissima, come una slanciata sacerdotessa liberty dal sorriso estatico che tendeva le mani verso l’alto a dimostrare che niente poteva bagnarla nonostante fosse esposta al temporale.

Ma allo stesso tempo la visione mi turbò e capii istantaneamente perché mio padre la odiasse tanto. Lei aveva la stessa espressione felice ed estatica della fotografia.
Era questo ciò che le rimproverava mio padre. Non l’atto in sé. Non poteva sopportare l’idea che lei avesse provato piacere nel fare quelle fotografie.
Nemmeno io.

Per questo, fuori dal diaframma, quando alzai gli occhi a guardare le immense aperture tonde, rimasi inerme di fronte al ricordo di quel temporale a Roma. Come allora sentii le miei guance bagnarsi. Oggi come allora non erano gocce di pioggia.

Diamoci una mossa, Podcaine, lasciamo perdere queste storie piagnucolose da ragazzina incompresa in preda alle delusioni adolescenziali. Ho ben altre faccende da risolvere. Ad esempio devo al più presto riuscire a rendere praticabile questo maledettissimo Shelter Pneumatico in modo da respirare finalmente senza un casco e togliermi questo fetida tuta che ho addosso da quattro ore. Ho abbassato la leva Blu e poi quella Rossa come ci hanno insegnato al corso. Ma perché diamine non si accende la luce verde? E soprattutto dove cavolo sono le merdose istruzioni di questa baracca?

 

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COMMENTI ORIGINALI

Editor: aquatarkus Data: ottobre 25, 2007 02:20 | link | commenti (1)
17-deja vu