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05 - Mi Sentite?

So cosa mi ucciderà dentro la Trottola. Non saranno le sconosciute insidie di questo enorme manufatto alieno. Non saranno nemmeno le immani e impersonali forze di questo ostile universo.
Non saranno loro. Sarà la mia ignoranza a uccidermi. Mentre sto pensando a qualcos’altro, magari fermamente convinta che quell’ultima azione vada assolutamente fatta senza alcun indugio. E mi ucciderà quando sono ancora trionfante per esserci riuscita. Come accade al neonato che riesce a svitare finalmente il tappo a forma di pallina dello shampoo per ingoiarlo rimanendone soffocato.
Ne ho avuto un assaggio a Baikonur durante il frettoloso corso per cosmonauta prima di partire con la Magellano. Per ogni errore durante le esercitazioni, l’addestratore mi ripeteva: “Sei carne morta, Podcaine!”; “Non hai controllato il manometro: sei carne morta Podcaine!”; “ “Il fermo del casco non è scattato: sei carne morta Podcaine!” e così via per tutto il giorno, tanto da farmela sognare quella carne morta. Tanto da rendermi desiderabile il pensiero di essere un freddo cadavere invece che un ammasso di muscoli doloranti, con l’ego ridotto ormai alle dimensioni di un pisello rotolato via sotto la parte più oscura del cervello. Quella dove si può piangere in pace.
Neville, che dei quattro super-esperti astronauti della Magellano era quello più alla mano, diceva che nello spazio non si muore perché l’astronave va a scontrarsi con un meteorite o perché sei rimasto fuori mentre arriva una tempesta solare. Lo spazio ti ammazza mentre sei sovrappensiero, quando alzi la visiera del casco in un ambiente che dovrebbe essere pressurizzato e invece non lo è.
Neville era uno tosto. Non per niente era il capitano della Magellano.
Era l’uomo più meticoloso, professionale e razionale che mi sia capitato di incontrare in vita mia. Prima di fare qualsiasi cosa, fosse l’ispezione al nocciolo del reattore o un risotto ai funghi liofilizzato da reidratare, rimaneva assorto, come se stesse spuntando lentamente voci da una sua check-list mentale. Le procedure erano il suo Vangelo. Il manuale il suo unico Dio.
Nessuno dei due, nella sua ultima appassionata corsa, l’ha salvato. Tor ha finito per ingoiare anche lui, in maniera rapida e definitiva.
Nel monitor posso vedere la sua sagola di sicurezza libera, ferma nel vuoto come un lungo verme bianco congelato nelle sue spire, ormai sganciata da quel sedile per le Attività Extra-Veicolari che era servito a Neville per arrivare davanti alla Porta. Il cavo spunta fuori immobile dalle strane labbra in metalloplastica della Porta. E dire che nel libro sacro delle Attività Extra-Veicolari, c’è scritto di sganciare SEMPRE le sagole di sicurezza e di riavvolgerle prima di entrare nei portelli delle camere stagne perché le porte a pressione non s’inceppino o tronchino il cavo. Neville nella sua foga si era dimenticato anche quello. Con sovrana indifferenza, la Porta aveva lasciato fare. Non era certo la misera funicella di un terrestre a poterla fermare, e si era sigillata definitivamente dietro l’astronauta, trattenendo tra le sue labbra il cavo come un pesce gatto che poi ti guarda sornione dopo averti strappato l’esca.
Neville aveva attraversato quella porta, nonostante la spessa tuta spaziale, nudo e privo di ogni difesa che l’addestramento poteva ancora dargli. La sua violenta passione per Svenson l’aveva infine trasformato in essere umano e ciò probabilmente gli era stato fatale.
Avrei preferito che non l’avesse fatto. Potevamo tornare indietro sulla Terra. E continuare quelle fantastiche conversazioni che facevamo nella cupola astronomica di prua mentre guardavamo le stelle.
Neville era veramente un personaggio singolare. Forse era l’unico che fosse salito sulla Magellano con un’idea differente da quella di farsi un mucchio di soldi o diventare l’idolo della gioventù terrestre. A sentirlo parlare sembrava persino un idealista.
“Guardati dietro. Guarda la Terra. Ci riempiamo di grandi parole. Parliamo delle grandi conquiste che ha fatto e che farà l’umanità, ma in realtà siamo fermi. Da venti anni non si è veramente scoperto niente di fondamentale. Anche nel campo della cibernetica quello che facciamo è miniaturizzare cose già inventate da decenni. Ce l’hai presente la shuttle russa che ci ha portato alla Magellano?
“Il Kliper? A me è sembrata una cosa supermoderna. Fichissimo.”
“Proprio lui. Se vai a guardare bene la sua tecnologia è roba vecchia. Persino il razzo Energya che l’ha messo in orbita: i suoi motori sono una versione poco più sofisticata dei motori delle V-2 tedesche. Prendi la Magellano. Anche per la nostra nave vale la stessa cosa. E’ da dieci anni che non si cabla più niente con le fibre ottiche, eppure questo trabiccolo ne è invaso. E’ come un cancro: ce ne sono dappertutto, ho passato la metà di questo viaggio a fare terminali per connessioni a fibre ottiche nell’officina. Sono riusciti a metterne persino negli zaini per l’Attività Extra Veicolare. Figurati che per usare il trasmettitore radio dello zaino devi inserire uno spinotto a fibre ottiche della tuta. Nell’età della comunicazione senza fili la Magellano è un dinosauro. Nel laboratorio Scienza-1 c’è il simbolo della nostra missione: un rotolo con almeno cento chilometri di fibre ottiche di almeno un quintale-massa. Deve essere costato uno sproposito portarlo sulla Magellano. Quando bastava un po’ di microtrasmettitori ultra-wireless per fare le stesse cose con un decimo del peso. Peccato che niente al mondo possa mettere d’accordo i produttori di elettronica a far funzionare tutte le periferiche della Magellano con lo stesso protocollo-dati.
Il fatto è che ciascuno preferisce coltivare il proprio orticello e guadagnarci il più possibile. Perciò alla fine, per la Magellano, si sono messi d’accordo su una tecnologia obsoleta, ma riconosciuta da tutti, sulla quale non c’era più niente da guadagnare.
Questa è una metafora dell’umanità che si crogiola soddisfatta nella sua lenta obsolescenza.
Magari dentro di noi immaginiamo qualcosa di differente, una società migliore e più giusta, il benessere meglio ripartito, la cura delle risorse ambientali. Ma rimandiamo a domani perché significherebbe rinunciare a qualcosa per mettersi d’accordo.
Come civiltà ci siamo seduti al tavolo da poker della storia con in mano una bella scala servita. Perciò stiamo così. A rimirare il nostro presente, con la nostra scaletta in mano che ci soddisfa appieno. Autoconvincendoci che è la perfezione.
Quello che spero di trovare lassù è qualcosa che dia un bel calcio nel culo a questa stasi compiaciuta nella quale è finita l’umanita'.
Vorrei trovare qualcuno dentro Tor per chiedergli:
“Come ci siete riusciti?
Come avete fatto a mettere d’accordo tutto un pianeta?
E magari chiedergli la ricetta.”
Mi piaceva Neville quando faceva questi discorsi. Non li condividevo, perché io non ci trovo niente di male a godersi la vita senza stressarsi troppo. Per me l’umanità si era presa semplicemente una pausa. Si stava rilassando sotto il sole del nuovo millennio godendosi l’aspettativa di vita più lunga. Solo per qualche anno ancora. Poi avremo sistemato quello che c’era da sistemare: la fame nel mondo, i disastri ambientali, tutte quelle guerre e guerricciole che scoppiavano un po’ dappertutto come una febbre che non si riusciva a debellare mai del tutto. Che c’è di male a divertirsi per un pò?
Magari potessi tornare sulla Terra a crogiolarmi nella mia obsolescenza. Invece, continuo a fissare la porta e la sagola che spunta come la piuma del canarino dalla bocca di un gatto. Tra un po’ toccherà a me lanciare il segnale ad onde corte che aprirà la porta. Sono costretta ad entrare. Ma questo lo sapete già. Sono io che non mi decido ad affrontare questa faccenda nonostante l’atmosfera della Magellano stia iniziando a puzzare.
Più che la porta in se stessa è quel chiudersi definitivo alle spalle che mi terrorizza. Niente più trasmissioni radio fino a che non sarò riuscita a far funzionare l’esotico sistema di comunicazione a onde microsismiche del Caterpillar. Tor non è in materiale dielettrico… (Santa cacca! So cosa significa dielettrico e prima di questa storia non sapevo nemmeno che questa parola esistesse.). Dicevo, Tor non lascia passare le onde radio, come abbiamo potuto appurare. Blocca ogni segnale proveniente dall’interno, perciò vivo queste ultime ore prima del mio ingresso con angoscia. Ogni apparato di comunicazione della nostra missione è a radioonde, anche il mio impianto cranico è wireless. Questo significa che sarò per la prima volta dopo anni completamente isolata dalla Rete.
Ehi voi cervelloni sulla Terra. Mi sentite? Trovate almeno il modo per non farmi morire sola come un cane. Voglio che sappiate quello che mi succederà la dentro. Datemi qualche strabiliante modo per comunicarvi quale sarà il mio ultimo desiderio quando un maledetto mostro alieno mi succhierà il cervello.
Cazzo. Cazzo. Cazzocazzo. E dire che a me nemmeno piace la fantascienza.
Tag: Tor, paura, cazzo di porta, Neville, AIUTO!.
Urlato disperatamente da Podcaine of Mars alle 10 e 35 del 03.11.2026
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