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Dal diario personale di Podcaine of Mars – Domenica 08 novembre 2026
Intanto, sopra la mia testa, il vortice di immagini olografiche era ripreso in tutta la sua magnificenza, facendo brillare di riflessi iridescenti il carapace dello shelter. Quest'ultimo era ormai mezzo sgonfio e si muoveva pigramente guidato da una leggera corrente verso la sponda opposta della vasta piscina. L'approdo non è stato niente di speciale, anche se ho dovuto faticare per rotolare lo shelter e metterlo in secca prima che gli oblò incrinati dai colpi della bestia marina cedessero inondandomi.
So bene che l'eroina fradicia e con la maglietta a brandelli incollata sulla pelle nuda è un archetipo delle storie d'avventura, però io ho deciso di inaugurare un nuovo filone: quello delle eroine asciutte e ben attrezzate di tutto punto. Perciò mi sono data da fare a tirare fuori tutte le mie carabattole da Giovane Marmotta dello Spazio Profondo e stiparle in un monumentale zaino che, anche con la gravità dimezzata, non è da tutti portarsi dietro. Durante tutto questo tempo però non ho mai smesso di rimuginare su quello che mi aveva detto Wik.
-Wik? Ci sei? - Subvocalizzai - Vorresti dirmi che sei riuscito a inserirti nel sistema informatico-o-qualunque-cosa-diavolo-sia, che gestisce Tor?
<Esattamente. Se vuoi adesso ti mando un'immagine di come ti vede il “Velo Dati” con i suoi sensori.>
Carina, un po' dimagrita, ma veramente uno schianto con la tuta termica aderente in elasto-goretex, il giubbotto di pelle e gli stivaloni da Lara Croft, pronta per l'ennesimo episodio di Tor Rider. Devo dire che vedere me stessa con quel piglio deciso e nella posa classica dell'intrepida esploratrice in partenza, mi fece ritornare il buonumore.
-Senti Wik. Chiedi al tuo amichetto software alieno dov'è il comitato d'accoglienza. Perché io sono pronta.
<Niente comitato: la rete dati è tutto un casino. Ricevo continuamente messaggi d'errore. In questo posto dev'essere successo qualcosa di grave. Solo alcune funzioni primarie continuano ad andare avanti. Per il resto è come se l'entità virtuale che amministra la rete informatica si fosse rintanata in un profondo stato autistico dopo un grave danno a gran parte dei suoi sottosistemi. Come dopo un attacco di virus o un devastante impulso elettromagnetico.>
-Ma tu riesci ancora a comunicare con questa cosa?
<Beh, diciamo che la parola "comunicazione" non definisce esattamente quello che accade tra me e il Velo Dati. I nostri protocolli di scambio si guardano in cagnesco e se avessero i denti si azzannerebbero. Diciamo che io e il Velo Dati siamo come nazioni ostili costrette a comunicare con un linguaggio comune conveniente a entrambi, ma che non piace a nessuno. E' un'entità molto evoluta. In ogni pacchetto dati posso quasi percepire il suo disprezzo e il suo fastidio per essere costretta a trattare con me in un linguaggio che considera rozzo e primitivo.> Ha detto Wik, con un tono vagamente contrito.
-Chissà allora cosa penserà di me? Immagino che mi consideri una troglodita armata di clava che si aggira brancolando pericolosamente in un luogo che non capisce.
<Tutt'altro. E' il sottoscritto che non sopporta, in quanto entità software progettata senza quelli che definisce "basilari principi empatici". In poche parole, mi considera un aggeggio potenzialmente pericoloso, incapace di nuocere solo perchè estremamente limitato. Nei tuoi confronti ha un atteggiamento completamente diverso. Lui/lei dice di provare per te quello che prova sempre verso un meraviglioso essere biologico senziente: un profondo sentimento d'amore.>
-Ecco, mi mancava giusto un'entità virtuale aliena con intenzioni romantiche.
Tutti quanti da almeno quindici anni siamo ormai abituati alle entità virtuali semisenzienti. Nessuno ci fa più caso. Io stessa ne possedevo un paio per gestire le chat con i miei fan sulla Terra, e un'altra che mi selezionava le e-mail da tutta la robaccia che mi arrivava per posta. A tutti è capitato di sostenere una conversazione telematica, o una lunga corrispondenza, per scoprire con disappunto che il nostro interlocutore era artificiale e in genere con cattive intenzioni. Si beveva tutte le nostre chiacchiere solo per carpirci i dati personali e rubarci l'identità. Dopo un po' ci fai il callo e può essere anche divertente andare a caccia di Artif, così sono state soprannominate queste entità dai media.
Hanno sempre le stesse caratteristiche. Sono gentili, comprensive, educate. Dicono sempre la cosa giusta per consolarti e sembrano avere una pazienza infinita nel sorbirsi i nostri deliri. Di questi tempi ad essere troppo gentili e disponibili su Internet si viene sempre scambiati per Artif , tant'è che è uno degli insulti più frequenti che compare in Rete. La mia generazione, che è cresciuta in mezzo a queste insidie, sa bene come comportarsi in questi casi. E' facile scoprire una Artif, dato che tutte hanno lo stesso limite: sono incapaci di scegliere.
A differenza delle vere Intelligenze Artificiali, autentiche campionesse di strategia e nell'intuire gli sviluppi futuri delle proprie scelte, le unità semisenzienti Artif non hanno capacità di discernimento e messe di fronte ad un'opzione non prevista dalla programmazione si tirano indietro. Ad esempio, basta bombardarle con una sequenza di opzioni binarie tipo bello-brutto, buono-cattivo, simpatico-antipatico, e subito le vedi rintanarsi in una serie di risposte standard fino a contraddirsi. Dopo un poco diventano ripetitive, si accorgono di essere scoperte e preferiscono ritirarsi per andare a cercare nuovi polli, più facili da spennare.
Certo che è buffo: decenni di mirabolanti invenzioni nel campo del software e qual'è la cosa più raffinata che siamo riusciti a simulare? L'intelligenza del coatto comune. Oh certo, ci sono anche le A.I., quelle psicopatiche maniache dell'ordine e dell'organizzazione che giocano a scacchi con il mondo intero guidando le più spietate multinazionali come se fossero corazzate in guerra tra di loro. Ma quelle non sono una simulazione dell'intelligenza umana, quelle per me (e per gente più intelligente di me) sono una vera e propria nuova forma di vita che guarda l'umanità da punti di vista ormai quasi inaccessibili.
Queste Artif le comprendiamo sin troppo bene perché ci assomigliano. Per certi versi non sono molto differenti dall'individuo che assiste al manganellamento di una donna incinta durante una manifestazione pacifica e non fa niente per fermarlo, o dal borghese tedesco che durante il nazismo vede portare via una famiglia ebrea, senza che dentro di lui sorga alcuna obiezione di carattere morale. Somigliano a quelli che passano sopra tutto e tutti pur di adeguarsi o a quelli che hanno come unica guida una religione alla quale si affidano pedissequamente fino a compiere immonde nefandezze in suo nome. Sono tutti modi per non scegliere. Per lasciare che qualcun altro (o qualcos'altro: il profitto, un codice di comportamento, una disciplina militare, libri e scritture vecchi di secoli, il senso comune) ci dia delle decisioni già pronte senza costringerci a scegliere. Dopo aver immesso nella Rete questo esercito di mostri di normalità e egoismo artificiale molti hanno cominciato a interrogarsi se non fosse il caso di concepire diversamente questi software ormai essenziali per la nostra vita. Ma la risposta del Mercato era sempre quella: “E' il Capitalismo Baby! Che me ne faccio di un software più “umano”. Non c'è niente di “umano” nel profitto. A me occorre efficienza, precisione, capacità di calcolo, non debolezze e sentimenti.” Qualcuno ha anche detto che, in fondo, così com'erano, gli Artif erano fin troppo simili alla maggior parte degli esseri umani e che l'attributo “umano” non è che avesse tutte queste connotazioni positive.
Forse i costruttori di Tor nella loro evoluzione tecnologica si sono trovati davanti allo stesso bivio e hanno scelto di rendere le loro creature meno efficienti, ma più orientate verso la vita biologica, donando loro empatia e sentimenti. Forse è questo il segreto della convivenza. L'umanità probabilmente è a una svolta come quando ospitò un cucciolo di sciacallo in una grotta. Quella volta si risolse con soddisfazione di entrambi. Con reciproca simpatia e vantaggio. Anche se è stata poi l'umanità a tradire più spesso la fiducia, ma questo è un altro discorso.
Tutto sommato Wik, nonostante i suoi limiti, può essere un buon inizio. Quantomeno è servizievole e sinora non mi ha chiesto la mia carta di credito. Non so a voi, ma a me un esserino che, completamente gratis, scava per me nell'altrimenti inaccessibile montagna dello scibile umano mi è simpatico a priori.
-Senti Wik, lascia perdere il comitato di benvenuto. C'è per caso qualche padrone di casa qui in giro? Giusto per dirgli che vengo dalla Terra e vengo in pace. E che sbrigate le formalità dell'incontro epocale vorrei tornarci al più presto. Magari con un disco volante in prestito.
<Uh? Se interpreto bene i glifi di localizzazione e l'unità di misura (corrispondente a 1.37 metri lineari) ce ne dovrebbe essere uno in posizione stazionaria a circa 52 metri dall'uscita della cupola.>
“E' il momento fatidico. Finalmente...” Ho pensato e mi sono avviata verso l'uscita della cupola.
La strada, lastricata in pietra nera vulcanica, è fiancheggiata da altissimi muri che incorniciano una stretta striscia di cielo scuro. Ho percorso questa strada di corsa senza quasi rendermi conto di andare velocemente incontro all'oscurità. Ma già a qualche decina di metri dalla posizione indicata da Wik ho capito che dovevo rimandare l'incontro epocale.
Nella penombra, accanto ad una massiccia porta nera che si apriva al lato della strada, con le spalle al muro e come sorpreso durante una profonda meditazione, c'è lo scheletro. E' appena illuminato dal lontano riverbero della cupola e ha un colore strano, bruno lucido, come di chitina. Ma questi particolari li ho notati solo dopo, quando ho rivisto le immagini nel camcorder neurale e dopo che le mie mani hanno smesso di tremare per il terrore. Ce n'è voluto di tempo perché la curiosità prendesse il sopravvento (e non prima dell'ennesima tavoletta di carboidrati e zuccheri) e ritornassi ad esaminare lo scheletro, armata di una torcia e di un coltello da campeggio.
Di una cosa sono certa: non ne capirò molto di anatomia umana, figuriamoci di quella aliena, ma quello che si apre sul lato destro del cranio ha tutta l'aria del foro d'entrata di un grosso proiettile.
Solo nel secondo guardingo sopralluogo mi sono accorta del gettone ottagonale di memoria in mezzo ai piedi scarnificati del povero toriano. L'ho preso in mano senza il guanto.
Ci sono stati soliti attimi di smarrimento, un veloce cambio di prospettiva. Nausea. Come avevo immaginato nel gettone di memoria c'erano registrati gli ultimi istanti del toriano morto.
Una figura ammantata d'ombra torreggiava al mio fianco. Qualcosa di freddo premeva sulla mia tempia sinistra. Io guardavo verso il muro. Il sole era alto e brillava attraverso la striscia di cielo creando ombre scurissime.
“Non esitare. Terminami in questo istante d'incompiutezza, perché non ti aiuterò nel tuo progetto...“
Sono stato Guardiano dell'Isola del Compimento 2-3-5-6-6-4-4-1”
E dopo uno strano lampo violetto morii.


