22 - Fiore
13 ore e 51 min. dentro TOR
Ancora non riesco ad abituarmi all’odore. Mi ricorda quello delle vecchie cattedrali: pietra vecchia, incenso e tracce di indefinibile fetore organico. Dopo mesi nell’atmosfera artificiale della Magellano e tutto quel tempo a respirare i miei effluvi riciclati dal sistema di sopravvivenza, quando ho aperto la visiera dell’elmetto l’odore di Tor mi ha colta di sprovvista e non è stato piacevole. E poi c’è freddo. Tutta l’umidità dell’aria in questa sala s’è trasformata subito in luccicante brina. Sembrerebbe la grotta delle fate, se non fosse per l’odore e per il parlottare infantile del mio visitatore alieno.
Bene, non mi smentite mai laggiù. In questi ultimi 30 minuti di black-out mi avete fatto sentire decisamente cretina per aver spedito il più importante reportage blogghistico degli ultimi 2000 anni e scoprire che non è mai arrivato al server per la pubblicazione. Così, per le vostre ridicole beghe terrestri sono andate perse per sempre le ultime rivelazioni fondamentali sulla natura di Tor e i suoi abitanti. Per non parlare dell’irraggiungibile prosa e dello stile magistrale.
Non cambierete mai in quell’immondezzaio che chiamate Terra. Ma ho deciso di non perdere la calma nonostante sia portata al perdono quanto una vipera cornuta quando viene presa per la coda, ho ben altre faccende a cui pensare.
Prima di tutto il c’è il mio nuovo amico. L’ho chiamato Fiore ed era lui l’origine di tutto quel baccano fuori dallo shelter pneumatico.
Fiore è uno strano essere metallico. Immaginatevi una specie di margherita delle dimensioni di un delfino, con la coda a spirale e con i petali che ruotano vorticosamente intorno allo stelo mentre con due occhietti stupidi nell’ogiva centrale, ti fissa stolido e mansueto.
Non sembra progettato per l’assenza di gravità di questo posto perché ogni tanto sembra che stenti a mantere una posizione stazionaria con le sue eliche controrotanti che gli servono per la propulsione.
Ma la cosa straordinaria è che questo aggeggio parla e pare abbia una certa dimestichezza con gli idiomi terrestri. O meglio con la lingua dei terrestri non ancora in età scolare.
Mi rendo conto che i misteriosi abitanti di Tor non potevano escogitare una soluzione migliore ai problemi di comunicazione tra due specie differenti separate non solo da distanze siderali, ma anche da biologie e evoluzioni culturali completamente differenti. Probabilmente anche noi al posto loro, avendo a disposizione l’enorme quantità di ciarpame audio-video prodotta da una cultura aliena avremmo fatto le stesse scelte. Ma perchè continuo a sentirmi come una debuttante nell’alta società che al ballo di gala trova il proprio partner vestito da procione peloso invece che con lo smoking regolamentare?
Non che Fiore faccia brutta figura con il suo carapace dorato e la coda a spirale che vibra e si contorce come un tentacolo. Il fatto è che avevo un’altra idea su come sarebbe stato il mio incontro con la sofisticata civiltà che ha costruito Tor. Immaginavo esseri solenni e altissimi, circonfusi da un’aura magica di universale conoscenza, m’immaginavo di alzare una mano in segno di saluto e avevo in serbo qualche frase del tipo “Salve, vengo dalla Terra e vengo in pace”. Insomma tutto il repertorio standard che si confà all’incontro tra due civiltà e ai film di fantascienza di serie B.
Certamente non mi sarei mai immaginata una specie di margheritone volante dagli occhi bovini che parla come i Teletubbies.
Già i Teletubbies. Quella roba della vecchia televisione per i bambini in età prescolare. Credo proprio che sia questa la fonte di tutte le inquietanti vocine infantili sintetizzate con cui Fiore ha iniziato a comunicare con me. Come mi ha visto ha preso a salutarmi in tutte le lingue della Terra e avrebbe continuato per ore se non avessi risposto:
“Ok, ok. Ciao”
“Italiano standard.” fa lui di rimando abbandonando l’incessante rosario di convenevoli. E dopo una pausa, mentre cercavo di stare lontano dalle sue frullanti eliche:
“Che bello! E’ una fantastica giornata! Andiamo a fare una passeggiata?”
Ha fatto ronzare le eliche ed è schizzato verso il centro della sala.
Ho impiegato un po’ a raggiungerlo dovendo srotolare il mio cordone ombelicale, il cavetto di fibre ottiche che mi tiene collegata con la trasmittente fuori da Tor.
Intanto Fiore mi aspettava di fronte all’ennesima meraviglia di questo Habitat alieno.
Mentre dormivo, all’intersezione dei binari, al centro della sala, s’è fermata una grande sfera di materiale trasparente. Sicuramente è questo il mezzo che ha usato Fiore per arrivare sin qui.
Deve essere qualche tipo di ascensore. O un treno. O una metropolitana. Un mezzo di trasporto per viaggiare attraverso l’habitat, insomma. Qualunque cosa sia era il primo marchingegno alieno che non avesse l’aspetto decrepito di tutto il resto.
Il nuovo oggetto stava sospeso perfettamente immobile tra i binari senza toccarli. Attraverso il vetro si vedeva al suo interno una piattaforma circolare con corrimani e maniglie.
Fiore stava accanto ad una porzione aperta della copertura vetrata come se, da premuroso cavaliere, stesse aspettando me per entrare.
Commossa di fronte a tanta delicatezza e divorata dalla curiosità stavo quasi per precederlo all’interno, quando qualcosa nella mia testolina di scimmia (curiosa, ma diffidente) mi ha detto che se fossi entrata in quella bolla di vetro e metallo avrei probabilmente perso ogni contatto con la Terra, visto che se si fosse avviato l’ascensore si sarebbe immediatamente spezzato il mio cavetto per trasmettere i dati.
E poi, che cavolo, ho faticato come una dannata a recuperare il Caterpillar con tutte le mie riserve di cibo, aria e acqua, per non parlare di quello che ho passato per montare lo shelter pneumatico, per andare senza portarli con me.
No, adesso basta con i colpi di testa: se Fiore vuole portarmi dai suoi padroni dovrà aspettare i miei comodi. Prima di tutto devo fare i bagagli e prendare tutte le mie precauzioni per garantirmi la sopravvivenza in un ambiente ostile. E poi aspettare che mi venga nuovamente il coraggio di entrare nella bolla.
Mi sono allontanata dall’entrata dell’ascensore con un calcio alla sua superficie translucida
Fiore mi ha seguito con i suoi occhi bovini di mansueta entità cibernetica:
“Amici?
“Sì, amici. Tante coccole… Però prima di seguirti dovunque mi vuoi portare, voglio pensarci sopra.”
Così è stato lui a venire dietro a me e ora mi aspetta mentre mando questo post per voi terragnoli. Ha smesso di parlottare con la voce dei pupazzetti scemi della televisione terrestre e sembra molto preso da una nuova attività. Come se avesse deciso che le parole non fossero più sufficienti per convincermi, ha dato inizio ad un impressionante spettacolo luminoso. Vorticando le pale in qualche modo riesce a far comparire dei disegni luminosi (una vaga reminiscenza del laboratorio di fisica a scuola mi fa venire in mente la parola “stroboscopico”).
Per la maggior parte sono i glifi tondi dell’indecifrabile scrittura toriana che già conosco, ma ogni tanto compare qualcosa che mi sembra di aver già visto.
Vi mando un’immagine così ci spremete sopra i vostri cervellini.
Dimenticavo:
“Tante coccole…”

p.s.(Niente mi toglie dalla testa che quassù qualcosa sia andato storto. E’ come se i Toriani non controllassero perfettamente il proprio habitat e fossero costretti a scegliere continuamente soluzioni di ripiego. Il comitato di benvenuto con un drone come Fiore mi fa pensare che forse gli occupanti di questa astronave sono impossibilitati a salire nel Mozzo di Tor e si siano dovuti affidare alla prima cosa che avevano sottomano o che magari potevano programmare a distanza. Magari c’è in atto un ammutinamento tra diverse fazioni di Toriani. O forse, come qualcuno aveva ipotizzato, la società toriana ormai è caduta nelle barbarie e non riesce a utilizzare tecnologie più complicate di Fiore. O forse, l’idea mi fa sorridere, hanno paura di me e si tengono alla larga.)
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